A Pasqua l’agnello la fa da padrone: ma che ne è della sicurezza a tavola?


Pubblicato il 3 aprile da Domenico Palladino

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Con l’approssimarsi della Pasqua nelle nostre case cominciano i preparativi per la realizzazione dei piatti classici della tradizione, che vede, come assoluto protagonista in ogni zona d’Italia, l’agnello e/o il capretto al forno, arrosto con le patate, al sugo o brodettato, da consumare a casa, al ristorante o in uno dei 35mila agriturismi aperti nei quali si rilasseranno circa due milioni di ospiti tra Pasqua e Pasquetta.

La carne di agnello, infatti, si classifica tra i cibi preferiti degli italiani in questo periodo dopo le uova di cioccolato e le colombe. Tuttavia, questa preferenza può serbare qualche risvolto poco piacevole specialmente per il consumatore meno attento.

La maggiore richiesta di carne ovina sta già facendo verificare una impennata dei prezzi al banco, quantificata intorno al 30%, e la messa in commercio di prodotti senza garanzia di tracciabilità provenienti da allevamenti esteri (soprattutto est europeo come Romania, Bulgaria, Ungheria e Polonia) che hanno criteri di controllo molto più blandi dei nostri.

I rischi, come si può ben capire, sono sia di natura economica sia di natura sanitaria che sono strettamente legati tra loro.

Per quanto riguarda i rischi economici, c’è da tenere presente che a fronte di un fabbisogno reale di carne ovina che è di circa 1,5 Kg pro-capite all’anno (concentrato soprattutto nei periodi di Pasqua e Natale), l’importazione ne copre oltre il 50% con un rischio di impresa minimo da parte degli importatori. Essi, infatti, pagano il prodotto circa 1 euro al Kg e lo rivendono ai grossisti a 2,50-3 euro (che è all’incirca lo stesso prezzo all’ingrosso del prodotto nazionale). Al consumatore il prezzo di arrivo oscilla tra gli 8 e i 13 euro con punte di 18-20 euro al kg, senza nessuna distinzione tra prodotto estero e nazionale.

Tale situazione sarebbe sopportabile se ci fossero le stesse garanzie igienico-sanitarie italiane anche nei paesi esportatori. Purtroppo non è così. In molti paesi ed in special modo nell’est europeo, non sono presenti controlli di filiera validi, per cui i prodotti provenienti da questi paesi non danno le stesse garanzie di qualità del prodotto nazionale.

Questa situazione di mercato è legata essenzialmente alla grave mancanza per gli agnelli di una etichetta di origine obbligatoria, come quella già prevista per la carne bovina e il pollame, che accompagna la carne fino al punto vendita garantendone la provenienza certa e la qualità.

Ci sono varie proposte di riconoscimento per la carne di agnello italiana presentate dal Ministero delle Politiche Agricole  alla Comunità Europea, ma, a tutt’oggi, non ci sono risposte certe sui tempi di attuazione. In pratica, l’unico modo che ha il consumatore per accertarsi della provenienza dell’agnello che compra, è quello di fare attenzione all’etichetta su cui, se il prodotto è nazionale, viene evidenziato il luogo di provenienza e l’eventuale Marchio di qualità.

Il prodotto locale, infatti, viene controllato da tecnici specializzati, e solo dopo la verifica della rispondenza ai requisiti previsti dal Disciplinare di produzione viene certificato. La rintracciabilità è assicurata da sigilli alimentari numerati ed attestati a tutela del consumatore, a differenza dei prodotti transnazionali sui quali non v’è garanzia di tracciabilità.

Consumiamo italiano, quindi, con la speranza che al più presto ci sia una legislazione tale da consentirci di sederci a tavola con la più assoluta sicurezza.

Domenico Palladino

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2 Commenti

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