Sicurezza Alimentare e cibi scaduti: Seconda Parte. Pubblicità e Conservazione dei prodotti alimentari: queste le falle della 109/1992 a cui porre rimedio


Pubblicato il 17 marzo da Domenico Palladino

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Seconda ed ultima parte dello speciale che la nostra redazione ha realizzato sul sempre attuale tema della sicurezza alimentare e dei cibi scaduti. Con il nostro esperto di fiducia, Domenico Palladino, abbiamo considerato ed affrontato altri interessanti aspetti di un terreno vastissimo in cui, già a partire da questa settimana, cominceremo ad addentrarci sempre di più. La nostra rubrica “Sicurezza Alimentare – La parola all’esperto” avrà cadenza bisettimanale (martedì e venerdì) e tratterà argomenti di attualità ed inchieste a tema, con qualche sorprendente ed originale sortita nel campo gastronomico/culinario (curiosità sui prodotti alimentari e trucchi sul loro corretto trattamento in cucina).

 

Dottor Palladino, quali rischi può comportare per i consumatori la vendita di alimenti “scaduti” da poco ed entro quale termine è possibile commercializzarli?

Su questo punto sarò brevissimo. I prodotti che hanno superato la data di scadenza non sono commerciabili e chi lo fa incorre in sanzioni civili e penali anche molto gravi. Per quanto riguarda i rischi connessi al consumo di alimenti “scaduti da poco” , posso dire solo che non sono esattamente misurabili in termini di impatto sulla salute pubblica. C’è da dire però, che quando i prodotti hanno superato il limite della loro vita media, non hanno più le caratteristiche organolettiche, chimiche e microbiologiche consone ad una alimentazione corretta. Sapendo questo, i consumatori che si trovano in casa o che dovessero acquistare prodotti “scaduti” senza saperlo, farebbero bene a non consumarli.

 

Allo scopo di ridurre i propri costi, alcune multinazionali dell’alimentare hanno scelto di sostituire le ricette tradizionali con ingredienti meno costosi, ma di minore qualità. A suo avviso sono giustificati gli appelli da parte delle varie associazioni dei consumatori, che hanno chiesto al governo un giro di vite per rafforzare i controlli?

Per poter rispondere bisogna capire che cosa si intende per qualità degli ingredienti. La legge regolamenta gli standard qualitativi al di sotto dei quali non si può andare, ma questi stessi standard molte volte non danno esattamente l’idea di che cosa si utilizza veramente. Faccio un esempio: nell’etichetta di un prodotto, tra gli ingredienti, viene citato il nome generico uova. Bene, quanti sanno che tipo ed in che forma le uova vengono utilizzate in quel prodotto? In generale si tende a pensare alle uova che ognuno di noi ha in casa ed utilizza normalmente. Purtroppo non è così. Le uova utilizzate nell’industria alimentare sono semilavorati, liofilizzati, molte volte decolorati e/o ricolorati artificialmente che hanno il tenore proteico ed altre caratteristiche dell’uovo medio. Questo non vuol dire che l’ingrediente “uova” utilizzato sia di bassa qualità rispetto all’uovo fresco, vuol dire invece che ha un costo di utilizzazione notevolmente più basso rispetto al prodotto fresco. La logica industriale ha fatto sì che tantissimi ingredienti vengono percepiti dall’opinione pubblica nella loro forma naturale (questo anche a causa della pubblicità), ma in realtà sono completamente diversi. La cosa importante è che questi prodotti alle analisi risultano a volte anche migliori qualitativamente rispetto ai prodotti freschi, ma hanno costi notevolmente inferiori. I controlli (che ad onor del vero sono puntuali ed efficienti) si basano sulle analisi e quando queste evidenziano il rispetto degli standard ovviamente non c’è ragione di intervenire. Sarebbe invece opportuno avere più controlli sulla pubblicità e sui contenuti che essa trasmette. I messaggi che la pubblicità trasmette all’opinione pubblica, almeno nella stragrande maggioranza dei prodotti alimentari, non sempre sono corretti e tendono ad esaltare questa o quella caratteristica esterna del prodotto, senza dare informazioni utili sui contenuti ad esempio nutrizionali dei prodotti stessi.

 

L’attuale regolamentazione in materia di sicurezza alimentare è sufficiente a tutelare il popolo dei consumatori? A tale riguardo, potrebbe bastare l’eventuale introduzione della tanto invocata norma, in grado di stabilire l’obbligatorietà dell’indicazione del luogo di origine e provenienza della materia prima agricola su tutte le etichette dei prodotti alimentari? O, a suo avviso, la normativa andrebbe profondamente rivista e migliorata?

Ritengo utile porre l’accento sulla normativa che obbliga le aziende alimentari ad indicare, in etichetta, la provenienza degli ingredienti utilizzati. Onestamente non credo che questo obbligo possa migliorare la sicurezza alimentare, anche perché non aggiungerebbe nulla alla normativa vigente. Infatti l’obbligo di indicare il numero di lotto sulle etichette già di per se consente di risalire la filiera fino all’origine di ogni singolo ingrediente utilizzato. Credo invece necessaria una modifica alla 109 su due aspetti fondamentali nella sicurezza alimentare.

In primo luogo rivedere il concetto di pubblicità dei prodotti alimentari, obbligando i produttori a fornire maggiori ed esaustive informazioni sui prodotti e sulle loro caratteristiche.

Il secondo aspetto, a mio parere di fondamentale importanza, è la conservazione dei prodotti alimentari. Parlare di “scadenza” dei prodotti senza dare informazioni sugli obblighi di conservazione dei prodotti stessi è un modo scorretto di affrontare il problema. I consumatori, infatti, hanno molti strumenti per valutare i prodotti deducibili dalle etichette, ma, in pratica, non riescono a sapere nulla su come quei prodotti sono stati conservati. Faccio un esempio: nel comprare una confezione di latte vado a guardare ovviamente la scadenza, se è fresco o a lunga conservazione, se è più o meno scremato, ma come faccio a sapere se è stato correttamente conservato? Se sto comprando latte fresco, chi mi assicura se dal momento che quel latte è uscito dal lattificio fino a quando è nel mio carrello, sia stato sempre alla temperatura giusta? E’ un’informazione, questa, che io non posso avere eppure è di vitale importanza, in quanto se si è interrotta la catena del freddo, indipendentemente dalla data di scadenza, possono essersi verificati dei processi microbiologici tali da non consentire il consumo di quel latte.

Come si può facilmente capire, il problema è grande e, purtroppo, di non facile soluzione.  Una normativa che tenga nella dovuta considerazione questa problematica potrebbe essere un ulteriore tassello per garantire una sicurezza alimentare sempre più accurata.

 

Riccardo Dell’Aversana – Domenico Palladino

 

 

 

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3 Commenti

  1. […] fondamentale differenza tra scadenza e vita media del prodotto alimentare, l’altro sulle falle della 109/1992 in merito a Pubblicità e Conservazione degli stessi prodotti alimentari). Molto positiva dunque la scelta […]

  2. Sicurezza alimentare e cibi scaduti: seconda parte. pubblicità e conservazione dei prodotti alimentari: queste le falle della 109/1992 a cui porre rimedio ha detto:

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